Raccolgo qui alcuni pensieri sul particolare momento che stiamo vivendo, e sui significati del nostro impegno comune nel lavoro sociale. Molte riflessioni sono circolate in questi giorni, come è comprensibile data la novità della situazione; molti sono i punti di vista, molti gli aspetti da considerare. Nelle discussioni, è utile tutto ciò che allarga il nostro campo del pensiero, ciò che ci arricchisce e ciò che ci porta ad agire. Inutile ciò che si limita a confermare le nostre idee.

Uno spunto spirituale.

Già ho scritto come abbia trovato illuminanti i vangeli delle domeniche di marzo, nel rito ambrosiano tutti episodi di Giovanni. Le chiese sono chiuse, e nel brano della Samaritana Gesù ci invita ad adorare in “spirito e verità”; ciò che oggi accade è piuttosto incomprensibile, e nel brano del cieco nato Gesù si manifesta come colui che apre gli occhi, con una azione di “nuova creazione”; sofferenza e morte sono ora presenti, e nel brano di Lazzaro Gesù si rivela come fonte inesauribile di vita, lasciando però che l’amico amato viva l’esperienza della morte.

Un primo spunto sociale: fragilità e resilienza.

Noi assistiamo persone in difficoltà. Così, spontaneamente, il primo pensiero va “agli ultimi”, cioè all’esclusione, fenomeno che normalmente si contrasta con la ricerca di un ampliamento formale dei diritti. “La crisi rende evidente l’esistenza degli esclusi”; o “gli esclusi pagano il prezzo maggiore nella crisi” sono affermazioni verissime. Le dò per assodate. Tuttavia – scendendo più alla radice della nostra struttura sociale – vorrei portare l’attenzione sulla fragilità. L’aspetto della nostra società maggiormente rivelato dalla pandemia è la fragilità, e più specificamente, la fragilità ignorata.

Il fenomeno cruciale dei nostri tempi non è l’esclusione, ma la vulnerabilità, condizione per l’esclusione, che tocca strati sempre crescenti della società. Scriveva Nicola Negri (2004):

Cresce la popolazione che risulta versare in condizioni di vulnerabilità. La ragione è che i sistemi sociali post fordisti stentano a generare condizioni di vita sicure. Vulnerabilità sociale significa una quotidianità che si fa “normalmente” insicura.

Un lavoro non pia tempo indeterminato, oppure sufficientemente remunerativo, famiglie sempre pilunghe e strette, poste davanti al dilemma se lavorare entrambi, marito e moglie, oppure crescere i figli e assistere i vecchi… La vulnerabilitè oggi il problema della nostra società, confrontata con lo smarrimento del presente, la paura del futuro”.

 

Il punto cruciale nell’analisi di Negri è il fatto che la vulnerabilità non è un dato individuale, bensì collettivo: sono i sistemi sociali a essere vulnerabili, prima ancora dei singoli individui. Per questo, se vogliamo sostenere le persone vulnerabili, non possiamo limitarci a fornire un servizio ai singoli individui, ma dobbiamo rafforzare i contesti sociali, che rendono possibile o meno l’esercizio delle capacità degli individui.

La risposta economica alla crisi è solo la punta dell’iceberg. E’ efficace solo se presuppone l’assunzione di un concetto di solidarietà mutua e un concetto di identità plurale. Piuttosto bisogna immaginare una crescita nella coesione, come assunzione della realtà: la realtà è relazionale. Smetterla di percepire l’interdipendenza come vincolo all’autonomia e limite al proprio spazio, per percepire la crescita del legame sociale come aumento della sicurezza personale.

Invece abbiamo assistito ad un movimento opposto. Di fronte alla incapacità di fare politica, di proporre modelli di sviluppo, idee di Paese, valori da perseguire, di fronte al progressivo svuotarsi della politica ridotta a consenso immediato, abbiamo visto riempire questo vuoto con “risorse simboliche fittizie” (Revelli 2010) attraverso la costruzione artificiale e retorica di nemici da allontanare (gli stranieri) e vicini di cui diffidare (l’Europa). La simbolica degli “Italiani prima”, non capiti e minacciati, è una scatola vuota, da riempire degli egoismi del momento e motivare con la paura. Tecnica sicuramente efficace per accrescere una reale fragilità spacciata per sicurezza. Va detto con nomi e cognomi: Meloni e Salvini maestri in questo gioco sul nulla.

Anche la sinistra è stata ben contenta di appiattirsi su una visione angusta di individuo, di concentrarsi sull’economico, assumendo il denaro come principale espansore delle possibilità. In contrasto con una visione antropologica basta sull’essere, e dunque sui legami, è scivolata sulla più facile battaglia per il reddito (persa). Molto si è scritto sulla nostra falsa libertà, libertà “inutile”, vissuta primariamente come libertà di scegliere sul mercato… E non sarà nemmeno il buonismo di “aiuta l’Italia che aiuta” a farci mutare paradigma.

Parlare di coesione sociale vuol dire pensare a sistemi che non prevedono la frammentazione della persona in funzione di qualche cosa di altro, sia essa un mercato piuttosto che un’ideologia. Una società che non frammenta è anche una società che non si frammenta, che non espelle, che è meno mortifera.

I contesti sociali sono fatti di diritti formali, ma non solo. Sono la cultura diffusa, cioè sono fatti di visione del futuro, di costruzione (e percezione) delle identità, di gestione delle paure, di formazione, di etica della comunicazione. Questi (ed altri) elementi costruiscono la reale capacità di resilienza sociale. Mantengono e sviluppano il capitale umano necessario per affrontare le crisi. Queste ultime non sono fenomeni imprevisti, ma la condizione naturale della nostra vita sulla Terra.

Oltre a garantire i diritti formali, oltre a promuovere una cultura relazionale, la società resiliente è una società meno “asimmetrica”. Ridurre le asimmetrie è difficile, e l’impegno caritativo di per sè non le elimina; la solidarietà può essere assolutamente compatibile con una gestione paternalistica del potere. “La mano che dà è sempre sopra la mano che riceve”, si… concede. Per questo nostro Signore si è messo nella condizione di dover continuamente chiedere, nella sua vita terrena. La concezione del potere come servizio è una realtà ancora distante nelle nostre prassi. Presuppone l’autorevolezza di una autostima che non dipende dall’opinione altrui.

Un secondo spunto sociale: la realtà dell’Assistenza Sanitaria.

Come Assistenza Sanitaria siamo una bella e utile comunità. La donazione costante di farmaci è solo un aspetto di quel complesso lavoro di accoglienza, informazione, aiuto e conversione personale che è il contenuto minimo di un buon lavoro sociale. Non tutti, e non tutti allo stesso modo, lo intendono all’Assistenza. Per fortuna. Le visioni sono varie, e anche in contrasto tra loro. E’ un bene. L’importante è sempre la domanda che nasce. Importante è che il contatto con la realtà allarghi continuamente il nostro orizzonte, susciti domande cui non sappiamo dare risposte. Tenga viva l’inquietudine e il desiderio di cambiamento.

Noi operiamo una mediazione che trasforma. Trasforma le situazioni (garantisce le terapie, e alle volte aiuta la risoluzione di altri problemi), trasforma la domanda delle persone (molti non cercano solo medicine), trasforma il nostro modo di vivere e in qualche misura anche di chi sta attorno a noi. Mediazione perchè i bisogni della persona e dell’operatore si trasformano attraverso una negoziazione di senso, (alle volte allo sportello, spesso nel corridoio, sempre al banco del dottore) che è anche identitaria, sviluppando un servizio per la persona, ma avendo in mente anche un progetto per la società.

Il nostro lavoro è una mediazione del conflitto che si genera tra la persona in condizione di emarginazione e il contesto sociale di riferimento. Facciamo questo in un contesto urbano. I modelli di sviluppo delle città sono imperfetti, se ci confrontiamo con l’obiettivo europeo della eliminazione (!) dei senza dimora nel 2015, o se si pensiamo una città valutata dalle periferie. Milano ha realtà bellissime. E tuttavia può ancora crescere: la quantità di gente che dorme tra le vetrine del centro è scandalosa.

Vivendo in una città bella, attiva e “all’avanguardia”, rischiamo di non cogliere molte cose. E’ interessante poter vedere questa crisi con gli occhi dei nostri assistiti. Due semplici considerazioni per riflettere: il virus come (cattivo) regolatore sociale, poichè ci mette tutti nella stessa vulnerabilità, associandoci (un pò) alla precarietà in cui vive la maggior parte dei nostri Utenti; ciò che per noi è crisi è per loro quotidianità. Il virus come smascheratore di ipocrisie, poichè non tutte le vite valgono uguale. Tutto si ferma di fronte alle (molte) morti nostrane, ma ben poco si è fatto di fronte alle morti distanti: anche queste decine e decine di migliaia, ma appunto, distanti…

Una nota personale: ora vive con la nostra comunità Rage, ospite somalo. Parliamo spesso assieme: l’aspettativa di vita in Somalia fa si che il coronavirus non sia il problema principale di quel paese, e – al di là del dichiarato – non lo sarà per molto tempo.

Vorrei finire con un tema importante: riporto qui alcuni stralci del bellissimo (molto ricco – e scaricabile gratuitamente) editoriale di Giacomo Costa sull’ultimo numero di Aggiormamenti Sociali.

In questa crisi, come in ogni altra, è il futuro che ci viene incontro nella forma dell’esigenza del cambiamento

Vale quindi la pena di usare questo tempo “sospeso” per cominciare ad assumere più consapevolmente uno sguardo diverso, definire nuove priorità e scegliere la direzione in cui dirigerci nel momento in cui sarà possibile ripartireNon possiamo più trascurare i segnali di quella che va interpretata come una crisi sistemica.

Facciamo ancora fatica ad abbandonare l’idea che sia possibile elaborare un “modello” completo e funzionante, e quindi che la costruzione delle alternative al sistema vigente esiga una progettazione compiuta e coerente della traiettoria del cambiamento. Gli ultimi vent’anni, e ancora di più le ultime settimane, ci chiedono uno sforzo di umiltà radicale, deponendo la presunzione di poter dominare la realtà e smettendo di affannarci nel tentativo di produrre il modello definitivo – di sviluppo, di cittadinanza, di sanità, ecc. – sulla cui base tutto si sistemerà. Il passo da fare è assumere veramente che la nostra conoscenza è sempre parziale, accettando la frustrazione che ne deriva. Per chi esercita ruoli di responsabilità – uomini politici e di Chiesa, scienziati, imprenditori, dirigenti – è difficile riconoscere pubblicamente e onestamente di non sapere… 

Ciò che determina i comportamenti e le scelte, delle persone come dei gruppi sociali e di intere società, non è soltanto ciò che sappiamo, ma piuttosto un atteggiamento condiviso di fede. È questo che i modelli tecnocratici tendono a occultare, chiedendoci un’adesione che pare inoppugnabilmente razionale, ma che in realtà è spesso “a occhi chiusi”; è solo tornando ad appropriarci consapevolmente di questa dinamica di affidamento che invece li apriremo e potremo guardare la realtà con un altro sguardo.

Non pensiamo immediatamente alla fede religiosa, ma a quell’atteggiamento di fiducia fondamentale nei confronti della vita che consente alle persone di fare un passo in avanti, di impegnarsi, di mettersi in gioco, accogliendo l’incapacità di spiegare e dominare tutto, senza occultare conflitti e contraddizioni, né celare il mistero radicale dell’esistenza e l’orizzonte della sofferenza e della morte.